Il caso Electrolux e la Polonia

Pubblicato il 31/03/2014, da Paolo Vettori

elettroluxLa vicenda -che ha sollevato pesanti interrogativi, in questi ultimi mesi, sul destino dei quattro stabilimenti Italiani della multinazionale Svedese, e in particolare su quello di Porcìa, in Friuli- ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica Italiana la Polonia, come temibile competitor, in grado di attrarre gli investimenti dei grandi gruppi industriali, europei e non solo.
E tuttavia, negli articoli che mi è capitato di leggere al riguardo, l’elemento centrale di questa capacità di attrazione di Varsavia sembrerebbe essere costituito dal basso livello delle retribuzioni e del costo del lavoro in generale.
Francamente questa diagnosi mi sembra, a dir poco, “sbrigativa”, in quanto ignora le dinamiche che hanno portato, nell’ultimo decennio, ad un “exploit” dell’economia polacca, in controtendenza rispetto al resto dell’Europa, anche se non sono mancati, di recente, segni di rallentamento della crescita.
Se è vero che i salari, a Varsavia, sono ancora oggi più bassi dei nostri, è altrettanto vero che negli ultimi anni si è registrato un significativo innalzamento delle retribuzioni, in Polonia, dovuto alla forte spinta verso l’alto dei consumi, che (non dimentichiamolo) ha consentito all’economia polacca -grazie ad un mercato interno in crescita, di dimensioni medio-grandi, trattandosi di un Paese di circa 40 milioni di abitanti- di reggere alle spinte recessive, che hanno investito tutto il Vecchio Continente, da Est ad Ovest.
Per la conoscenza che ho acquisito della Polonia -in questi miei anni di pendolarismo tra Mediterraneo e Mar Baltico- mi sembra di poter dire che il “miracolo di Varsavia” (per citare il titolo di un articolo comparso un paio di anni fa sull’“Espresso”) trova la sua ragion d’essere in fattori diversi, che sono il frutto delle scelte di politica economica compiute da governi di differente colore politico, in un arco più che ventennale, sin dagli anni ormai lontani di Balcerowitz (il Ministro delle Finanze della transizione post-comunista).
Volendo condensare in poche righe gli ingredienti della “ricetta polacca”, li potremmo ricondurre a due direttrici fondamentali, riferite rispettivamente alla politica economica e alla politica del lavoro.
Per quanto riguarda il primo aspetto, va segnalato anzitutto lo straordinario impegno finanziario che il Paese si è accollato per modernizzare la rete stradale e ferroviaria, che all’inizio degli anni ‘90 era ancora piuttosto arretrata.

A Varsavia tutte le forze politiche e sociali sono ben consapevoli che è questa la prima sfida da vincere, e su cui concentrare quindi le risorse, nella misura in cui consente di valorizzare la posizione geografica del Paese, in prossimità della “locomotiva tedesca” e non lontano dal promettente mercato russo.
Del resto, proprio la crisi ucraina (di cui è difficile, al momento, prevedere gli sviluppi) potrebbe spingere la Russia a puntare sull’asse stradale e ferroviario che collega Parigi a Mosca -passando per Berlino, Varsavia e Minsk, la capitale della Bielorussia, tradizionalmente fedele al Cremlino- a scapito del famoso corridoio ferroviario numero cinque (Lione/Torino/Budapest/Kiev) che pare destinato ad essere accantonato.
Mentre a Torino e dintorni continua la battaglia contro la TAV, a Varsavia ci si prepara a realizzare la ferrovia veloce Berlino/Varsavia, che dovrà collegare, in tre ore, le due capitali.
Anche sul fronte del trasporto aereo, la Polonia si presenta oggi con le carte in regola, grazie alla riconversione al traffico merci e passeggeri della capillare rete di aeroporti militari, di cui disponeva, sino a 25 anni fa, l’Aviazione Sovietica.
Nonostante i ritardi nella realizzazione delle grandi infrastrutture, stradali e ferroviarie, denunciati dai mass-media polacchi, il Paese potrà comunque contare, al più tardi entro la fine di questo decennio, su un sistema di trasporti all’altezza delle sfide imposte dalla globalizzazione.
Né va trascurata, nell’ottica di una maggiore competitività del sistema, l’azione intrapresa dal governo di Varsavia per il contenimento del costo dell’energia.
La seconda direttrice di intervento, per noi certamente la più interessante, riguarda invece la politica del lavoro, in relazione alla quale abbiamo pubblicato – sul sito www.tela-lavoro.it che fa capo all’associazione costituita tre anni fa da un gruppo di dirigenti del Ministero del Lavoro – due contributi significativi, il primo dei quali riporta le conclusioni di una ricerca commissionata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Polacco all’Istituto del Lavoro e degli Affari Sociali di Varsavia (“Flexicurity in Poland – general conclusions”, Elzbieta Krynska, 2009), mentre il secondo è la traduzione in Italiano di un articolo pubblicato nel 2010 dal mensile “Inspektor Pracy”, organo ufficiale dell’Agenzia Nazionale dell’Ispezione del Lavoro (“La flexicurity in salsa polacca”, Justina Baranowska).
Entrambi i contributi, appena citati, sottolineano la centralità, nel modello polacco, della strategia che mira ad incentivare un costante processo di qualificazione e riqualificazione della forza lavoro, mediante un utilizzo mirato delle risorse messe a disposizione,a tal fine, dall’UE.
Non a caso, nel periodo 2007/2013, lo Stato Polacco è risultato il primo beneficiario, in termini di risorse finanziarie, dei programmi comunitari rientranti nel cosiddetto “LLLP” (“life long learning program”, ovvero piano di formazione permanente).
Il che non esclude del tutto il ricorso alle forme tradizionali di flessibilità miranti ad un contenimento del costo del lavoro(contratti part-time o atipici o altre agevolazioni, in particolare nelle “zone economiche speciali”) che peraltro, in Polonia, presentano un’incidenza sicuramente minore rispetto ad altri Paesi dell’Est Europeo, già membri dell’UE o comunque candidati all’adesione (in primis Romania e Serbia).
Si può affermare, in conclusione, che la Polonia è oggi in grado di offrire, agli investitori esteri, una manodopera altamente qualificata e a costi relativamente contenuti, anche se in crescita. Se a questo si aggiunge una posizione geografica particolarmente felice (tra Germania, Russia e Scandinavia) il perdurante interesse dei grandi gruppi industriali nei confronti del Paese diventa facilmente comprensibile.

Paolo Vettori
1° Marzo 2014


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